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Alla lotteria dell'auto dove i nuovi cinesi inseguono un sogno

Pechino, Shanghai e le altre metropoli già nel caos sorteggiano le targhe per limitare le immatricolazioni.

01/05/2011
Teodoro Chiarelli
La Stampa
Alla lotteria dell'auto dove i nuovi cinesi inseguono un sogno

La Cina non marcia, corre. E i cinesi, sempre più numerosi, vogliono correre in auto. La Repubblica Popolare è il nuovo Eldorado dell’industria automobilistica, primo mercato mondiale dove lo scorso anno sono state vendute 13 milioni e 757 mila auto su un totale di 18,6 milioni di veicoli. Una crescita impressionante, in alcuni momenti addirittura folle. E anche se nel primo trimestre del 2011 il mercato è cresciuto «solo» del 9,1% contro l’exploit dello scorso anno (+77%), è chiaro che il futuro dei costruttori con ambizioni mondiali si gioca ormai da queste parti. Per partire da qui alla conquista delle emergenti economie asiatiche, ma soprattutto per rispondere alla domanda interna.

Le cifre sono da brivido: 200 milioni i cinesi abilitati alla guida. Per favorire il sogno della quattroruote esistono finanziamenti all'acquisto di auto nuove che oggi coprono circa il 10% delle transazioni, ma potrebbero arrivare nei prossimi dieci anni al 30%. Attualmente il 70% del mercato è di prima motorizzazione. Per calmierarlo, ed evitare che il motore dello sviluppo si surriscaldi sino a fondere, le amministrazioni delle principali città, da Pechino a Shanghai, da Chongqing a Chengdu, da Tianjing a Xi’an, utilizzano il sistema della lotteria per assegnare ogni anno un numero definito di targhe.

Nella capitale l'anno scorso il tetto era di 240 mila immatricolazioni (però il vincolo non vale se la macchina nuova sostituisce un altro veicolo).
Del resto l’economia cinese continua a tirare in maniera impressionante nonostante le assicurazioni delle autorità su un raffreddamento controllato. Il pil del primo trimestre di quest’anno mostra un +9,7% che preoccupa, però, sempre meno di un’inflazione al 5,4% a marzo, ben superiore al 4% programmato. Un caro-prezzi da record dovuto soprattutto al balzo dell’11,7% dei prodotti alimentari. Evidente che per evitare pericolose incrinature della pace sociale il governo spinga sull’acceleratore della domanda interna.

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