01/01/2012 - Wiring the open-source enterprise
McKinsey Quarterly
C'è una favola che gira da così tanto tempo che molti ormai ritengono che sia una storia vera. Racconta che Internet, nella sua avanzata inesorabile, distrugga più posti di lavoro di quanti riesca a crearne: la morale è che la rete cifarebbe perdere occupazione. Accade invece esattamente il contrario.
Il saldo fra posti di lavoro creati e perduti grazie a Internet è sempre positivo: il dato varia molto a seconda di quanto ciascun paese abbia effettivamente investito nella rete, ma il segno finale non cambia. Ed è un segno più. La foto del ruolo trainante di Internet nello sviluppo economico è in un report chela società di consulenza McKinsey ha preparato in occasione del G8 dello scorso maggio, quando il presidente francese Sarkozy volle un prologo (l'eG8) per analizzare l'impatto della rete sulla politica e sulla economia. Quel report metteva a confronto tredici paesi: quelli del G8 più Cina, Brasile, Corea del Sud, India e Svezia. In questa compagnia l'Italia non ci faceva una bella figura, visto che eravamo infondo a tutte le classifiche.
Per capire le ragioni di questa debacle, allora venne commissionato un focus proprio sull'Italia le cui conclusioni sono in arrivo nei prossimi giorni. L'economista della Bocconi Francesco Sacco, che partecipa al gruppo di lavoro che sta ultimando il rapporto, ha anticipato quello che forse sarà il dato saliente: l'occupazione. Ebbene dallo studio sugli ultimi quindici anni emerge che Internet ha creato 700 mila posti di lavoro, ne ha distrutti 380 mila con un saldo netto positivo di 320 mila posti. "Distrutti", non è un verbo scelto a caso: i posti perduti infatti "non sono privi di un costo sociale", come ha ricordato qualche giorno fa il presidente dell'Agcom Corrado Calabrò, e una società matura deve farsene carico, ma non chiudendo la porta al futuro.