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Il Big Bang dei dati

EVOLUZIONE DIGITALE - Le informazioni sono esplose e possono generare valore in imprese e pubblica amministrazione. Ma servono talenti capaci di sfruttare le risorse dei numeri.

26/05/2011
Antonio Carlo Larizza
Il Sole 24 Ore - Nova
Il Big Bang dei dati

Oltre 800 exabyte. È la stima più aggiornata, riferita al 2009, sul volume di dati che si producono ogni anno, nel mondo. Se qualcuno decidesse di immagazzinarli su dvd, produrrebbe una pila di dischi capace di raggiungere la Luna e tornare sulla Terra.

La crescita delle informazioni immagazzinate da imprese e governi è così veloce che, in modo altrettanto frenetico, gli esperti sono costretti a cambiare unità di misura. Il fenomeno si osserva dagli anni '90 - allora la produzione mondiale di dati si misurava in kilobyte - ma è esploso a partire dal 2000.

 Da questa esplosione è nata un'espressione: «Big data». Usata da economisti ed esperti di statistica per indicare volumi di dati e informazioni con dimensioni tali da superare le tradizionali capacità di memorizzazione e gestione.

 

I «Big data» sono oggi un fattore produttivo capace di creare valore, che si aggiunge a quelli più tradizionali: gli asset fisici e il capitale umano.

Partendo da questa osservazione, McKinsey ha avviato un'analisi approfondita sul fenomeno, i cui risultati sono stati raccolti nel rapporto Big data: the next frontier for innovation, competition and productivity, da cui sono tratti i dati che Nòva pubblica in queste pagine.

Come spiega Leorizio D'Aversa, partner McKinsey che fa parte del McKinsey's business technology office - la divisione che insieme al McKinsey global institute ha realizzato la ricerca - il rapporto «segna un'importante svolta, dal momento che supera l'approccio tradizionale basato su una lettura asettica del fenomeno "Big Data" per offrire una stima del suo valore economico».

La ricerca condotta da McKinsey ha analizzato le dinamiche dei cinque settori che da soli generano il 40% del Prodotto interno lordo mondiale (sanità, commercio, manufatturiero, pubblica amministrazione, servizi) analizzando, sulla base dei dati disponibili, sia trend nazionali che continentali e globali.

Si scopre così che un utilizzo massivo e sistematico dei «Big Data» potrebbe permettere alla sanità degli Stati Uniti d'America di risparmiare 334 miliardi di dollari ogni anno. Come? «Per esempio – spiega D'Aversa – misurando l'efficacia delle cure su enormi quantità di pazienti, avviando un monitoraggio remoto degli assistiti sulla base di dati biometrici teletrasmessi, attivando sistemi automatici per il controllo delle frodi, che da soli potrebbero portare risparmi compresi tra il 2 e il 4% della spesa annua in sanità di tutti gli Stati».

Buone notizie emergono anche per il settore della pubblica amministrazione.

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