26/01/2011 - Credito e crisi, parola a Davos
La missione del forum: debiti responsabili per una crescita sostenibile.
Morya Longo
Il Sole 24 Ore
Il Sole 24 Ore
Non siamo in grado di dire se l’autorevole settimanale The Economist sia stato sinceramente fulminato sulla via di Damasco come San Paolo oppure se abbia voluto solo “supportare” culturalmente la politica economica di lacrime e sangue del nuovo governo inglese: sta di fatto che la rivista britannica ha finalmente scoperto che il mondo “ricco” è pieno di debiti. L’ultima sua copertina, che raffigura una scala nell’aldilà in cui una famiglia di quattro persone - papà, mamma e due figli - sta salendo timorosa ma piena di speranza verso il Paradiso, titola: “C’è ancora vita dopo il debito?” E all’interno è pubblicato un ampio dossier in cui si sottolinea che i debiti pubblici sono solo una parte del problema odierno dei Paesi avanzati: infatti, ci sono anche i debiti privati che, anzi, sono stati la vera causa della crisi globale ed hanno poi spinto gli Stati ad indebitarsi ulteriormente a loro volta per soccorrere banche, imprese e famiglie troppo indebitate. Tutte tesi che sosteniamo coerentemente su questo giornale sin dai giorni del crack della Lehman Brothers (“Le banche italiane hanno un terzo dei debiti di quelle inglesi”, 14 ottobre 2008; e “Debito aggregato: se consideriamo il debito delle famiglie e lo sommiamo al debito pubblico scopriamo che Paesi come USA e Gran Bretagna sono oggi ben più indebitati, in percentuale del PIL, rispetto all’Italia”, 26 novembre 2008). Tesi che però anche “The Economist” ora abbraccia e propone in gran spolvero facendo leva sulle statistiche del debito “aggregato” del McKinsey Global Institute, anche queste, peraltro, da noi pubblicate su Il Messaggero già vari mesi fa (“2001-2010: Odissea in un mondo di debiti”, 29 gennaio 2010).